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S.E. Rev.ma Mons. ADRIANO CAPRIOLI
EDUCARE INSIEME Famiglie e comunità cristiana – Lettera Pastorale 2006-2008
INTRODUZIONE
“E fu sera e fu mattina, settimo giorno…
” Ho incontrato la Chiesa che è in Reggio Emilia – Guastalla alla vigilia del grande Giubileo dell’Incarnazione del 2000. Rivedo la grazia di quell’evento come l’invito a rinnovare il nostro essere Chiesa a partire da Cristo, come lo è stato l’annuncio del Concilio alla vigilia della mia Ordinazione sacerdotale. Rileggo così le sei lettere pastorali dal 1998 al 2006 attorno ad un’immagine di Chiesa. È stato più agevole rinnovare il nostro essere Chiesa a partire dalla “Chiesa sotto la Parola”. Grazie a figure di biblisti, preti, vescovi, laici, comunità particolarmente educate a fare riferimento nella vita e nell’azione pastorale alla Parola di Dio, non si può dire che nella nostra Chiesa valga quella nota osservazione secondo cui “i cattolici hanno un grande rispetto per la Bibbia, e per questo ne stanno alla larga!”. Anche se non da tutte le comunità parrocchiali è praticata la scelta del libro biblico dell’anno. Più impegnativa è la riscoperta del nostro essere “Chiesa dall’Eucaristia”. Nonostante la riforma liturgica, che certo ha contribuito a migliorare modalità e stili celebrativi, spesso uno dei problemi più difficili oggi è proprio la trasmissione del vero senso della liturgia cristiana. Pare, talvolta, che l’Eucaristia domenicale, al cui centro sta il Cristo morto e risorto “per noi e per tutti”, non venga colta nella sua propensione più missionaria, che porta chi vi partecipa a uscire dalle mura della Chiesa con un animo apostolico. La sfida di una Chiesa oggi è proprio questa: passare da una richiesta di sacramenti alla Chiesa per consuetudine a una pratica dei sacramenti come iniziazione alla vita di una comunità adulta nella fede, senza per questo diventare comunità elitaria, perfetta, cancellando così la sua stessa immagine popolare, alla quale è possibile accedere a partire da ogni età e da ogni condizione di vita: sociale, culturale, spirituale. Sì, “cristiani non si nasce, ma si diventa”: in famiglia, nella comunità, nel mondo.
Verso una Chiesa dalla carità
Le modalità del nostro essere Chiesa comunità di fede sotto la Parola, comunità d’altare dall’Eucaristia in missione, richiamate dalle prime sei lettere pastorali, restano come altrettante mete del nostro cammino. È arrivato ora il momento di mettere a tema il nostro essere comunità di prossimità e di ospitalità che nasce dalla carità di Dio rivelata a noi in Gesù Cristo. Già da parecchi anni la nostra Chiesa è attenta ai poveri, agli emarginati, ai deboli. La dimensione caritativa si esprime in gesti concreti e strutture di accoglienza che sono il segno dell’amore del Signore verso gli ultimi. E ce n’è ancora di strada da fare. Ora si tratta di rendere la nostra Chiesa più capace di essere vicina ugualmente ai giovani e agli anziani, di essere in grado di educare e formare i suoi figli, desiderosa di valorizzare i diversi carismi nell’unità della comunione, lieta e coraggiosa verso la società. Si apre qui una nuova fase della pastorale nel tempo che ci è dato, e ulteriori mete del nostro cammino di Chiesa. Il tempo segna la vita di una comunità più di quanto si creda, come segna la vita di una famiglia e della stessa persona. Tali mete, se condivise, incrementano quel lavorare pastoralmente per “progetti”, al di fuori dei quali si finirebbe continuamente “sprogrammati” dalla ultima emergenza. Si tratta di rispondere ora alla domanda: quali sono gli atteggiamenti, gli strumenti, e gli ambiti nei quali prende forma l’immagine di Chiesa descritta nella prima serie di programmi pastorali? Questa seconda fase non ci condurrà, dunque, su sentieri diversi. Si tratta di ripercorrere le stesse strade con un’attenzione che ci faccia comprendere dove mettiamo i piedi, come ci muoviamo, con quali persone fare i primi passi, e con quali mezzi più ci avviciniamo alla meta. Questa seconda ulteriore fase comprenderà diversi programmi pastorali, che si succederanno nei prossimi anni attorno a questi tre imperativi: educare, comunicare, vigilare. Saranno tre imperativi che intendono sollecitare le concrete comunità cristiane:
a) a porre maggiore attenzione alla formazione della persona ed educazione alla fede come componente prioritaria della stessa pastorale ordinaria (“educare”); b) a testimoniare il Vangelo nell’attuale contesto culturalmente secolarizzato e religiosamente pluralista, attraverso le varie forme di dialogo ecumenico e interreligioso, e di presenza cristiana nella società, nella cultura, nell’arte, nei mass media (“comunicare”);
c) da ultimo, ad affrontare i cambiamenti attualmente in corso dei costumi di vita, delle istituzioni sociali e della politica, più consapevoli dei rischi di perdere il meglio, ma altresì di mettere a frutto l’eredità di quella cultura, al cui centro sta la dignità della persona umana, l’identità della famiglia e del bene comune (“vigilare”).
Cominciamo con l’educare
Venendo in particolare al programma pastorale sull’educare, si può dire che esso sia al tempo stesso nuovo e vecchio. È nuovo, perché nessuna delle precedenti lettere è stata espressamente dedicata all’educazione. Non è nuovo, perché la preoccupazione educativa ha sempre accompagnato i sei programmi fin qui svolti, in particolare quello dell’ultima lettera Cristiani non si nasce, ma si diventa. Rivedo il mio cammino educativo. Alcuni educatori meravigliosi: mia madre, alcuni preti, qualche professore. Altri meno bravi, meno apprezzati da noi ragazzi, ma tutti ci hanno dato qualcosa. Penso anche al mio cammino di vescovo: cerco anch’io di essere un “vescovo educato dal suo popolo”. Quanti stimoli formativi ricevo da tanta gente, che non mi lascia dormire sui solchi già tracciati, ma continuamente scuote la mia inclinazione a temporeggiare, calcolare, attendere. Ed ecco emergere il tema preciso di questa Lettera: EDUCARE INSIEME, FAMIGLIE E COMUNITÀ: formazione della persona e trasmissione della fede. L’attenzione di questa lettera è ai soggetti dell’educare: i genitori, i catechisti, i sacerdoti e le parrocchie, gli insegnanti e la scuola, che faticano a svolgere un compito diventato oggi sempre più arduo nella società complessa, frammentata e autoreferenziale. Certo, anche il ragazzo, adolescente e giovane, mano a mano che cresce, è soggetto del processo educativo, e la figura dell’educatore è un supporto. Rimane comunque giusta la preoccupazione di questa Lettera pastorale di porre attenzione alla figura degli educatori. Ho talora l’impressione che, tra non pochi educatori, spiri un vento di incertezza, di rassegnazione, di rinuncia. Sembrano dire come Mosè: “Io non posso da solo portare il peso di tutto questo popolo; è un peso troppo grave per me” (Numeri 11,14). Da qui nasce la prospettiva di approccio alla questione educativa di questa Lettera: come superare la solitudine dell’educatore, favorendo un’alleanza educativa tra i soggetti e le varie realtà educative? Educare si deve, ma si può? Più che dell’educazione, parleremo dell’educare, degli interrogativi che essa suscita. Non dunque un trattato sull’educazione, né una raccolta di buoni consigli, ma un messaggio di fiducia agli educatori e con gli educatori. “EDUCATORICERCASI” era l’inchiesta-ricerca avviata qualche anno fa dall’Ufficio pastorale giovanile, che faccio mia come intento e come metodo per riprendere in mano la questione della stessa iniziazione alla fede e alla vita cristiana. Lo stesso IV Convegno delle Chiese in Italia, che sarà celebrato nel prossimo ottobre a Verona, sul tema Testimoni di Cristo Risorto, speranza del mondo, prende a cuore in uno dei suoi ambiti proposti, proprio l’esercizio del trasmettere la fede, chiamando in gioco l’educazione delle nuove generazioni con la domanda esplicita: che cosa significa per la testimonianza della speranza cristiana condividere il compito educativo nelle sue varie forme e figure educative?
08/09/2006